Domenica
sera il culmine: prima una montée des marches finalmente baciata dal sole e da visioni
semidivine, poi la cerimonia vera e propria con la premiazione.
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| Da sin. Nicole Kidman in Giorgio Armani, Zhang Ziyi in Christian Dior haute couture, Saadet Aksoy in Emilio Pucci e Uma Thurman in Atelier Versace. Su Pinterest i credit e le altre immagini. |
Condotta
da una dolcissima Audrey Tautou alla
presenza della giuria - Daniel Auteil, Vidya Balan, Naomi Kawase, Nicole
Kidman, Ang Lee, Cristian Mungiu, Lynne Ramsay e Christoph Waltz -, la
cerimonia è stata come al solito velocissima; scandita dall’avvicendarsi sul
palco degli artisti chiamati a premiare (Kim Novak, Laetitia Casta, Asia
Argento, Orlando Bloom, Forest Whitaker, Rossy de Palma e soprattutto Uma
Thurman che ha consegnato la Palma d’Oro) e dalla voce del presidente Steven Spielberg che annunciava i
vincitori.
PALMA D’ORO
Non
c’è stato un solo pronostico rispettato, forse in parte la Palma d’Oro andata comunque a uno dei favoriti ovvero La
Vie d’Adèle di Abdellatif
Kechiche, ma eccezionalmente premiato insieme alle due attrici protagoniste:
Léa Seydoux e Adèle Exarchopoulos.
Spielberg
leggendo la motivazione ha detto: “La
giuria ha preso atto dell’eccellenza di tre artisti, Adèle Exarchopoulos, Léa
Seydoux e Abdellatif Kechiche”.
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| Léa Seydoux in Maxime Simoens Couture, Abdellatif Kechiche e Adèle Exarchopoulos in Gucci - Pinterest |
Il
film di Kechiche - acclamato dalla
critica e considerato da molti il vero capolavoro del Festival - narra la storia
d’amore tra la quindicenne Adèle (Exarchopoulos) e l’artista Emma (Seydoux) seguendone
l’evoluzione che coincide con le fasi della crescita di Adèle.
La
Vie d’Adèle ha già messo a segno tre record: oltre
a essere stato premiato assieme alle due protagoniste, è il primo film a
tematica omosessuale a vincere la Palma
d’Oro (tra l’altro mentre in Francia si protesta per i matrimoni gay da
poco legalizzati) e nei giorni scorsi ha incredibilmente ricevuto il plauso di
Radio Vaticana. Verrebbe quasi da ribattezzarlo I Miracoli di Adèle.
GRAND PRIX
Grand Prix
a Inside
Llewyn Davis dei fratelli Coen
(ne abbiamo parlato qui). Joel ed Ethan non dovevano contarci troppo visto
che erano a New York. A ritirare il premio ci ha pensato il protagonista Oscar Isaac.
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| Oscar Isaac - Inside Llewyn Davis |
PREMIO DELLA GIURIA
Il
Premio della Giuria al delicato e
ironico Like Father, Like Son del giapponese Kore-Eda Hirozaku. La storia prende le mosse da uno scambio di
neonati tra due coppie agli antipodi da un punto di vista sociale ed economico.
Dopo 6 anni l’errore viene a galla e iniziano i dubbi su cosa fare già sapendo
che non può esserci un lieto fine.
Il confronto tra genitori e figli naturali -
allevati in modi diametralmente opposti - fa emergere anche il tema di come
nella maggior parte dei casi si cerchi di plasmare le proprie creature quasi
fossero un prolungamento di sé.
MIGLIOR INTERPRETAZIONE
MASCHILE E FEMMINILE
Come
si sa i premi ai migliori attori non possono andare a interpreti di film che
abbiano ricevuto i tre riconoscimenti principali. I più quotati per la migliore
interpretazione maschile erano Michael Douglas e Matt Damon di Behind the Candelabra (Steven
Soderbergh) e forse Toni Servillo per La
Grande Bellezza. Invece a sorpresa la giuria ha convogliato le sue preferenze
verso Bruce Dern e il suo vecchio
padre scorbutico di Nebraska (Alexander Payne).
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| Bruce Dern e Will Forte - Nebraska - Pinterest |
Un uomo che insieme al figlio si
mette in viaggio per riscuotere la vincita milionaria di una delle tante
lotterie truffa. Un viaggio che finirà con l’essere anche un percorso a ritroso
nei ricordi e nella memoria e che prosegue in parallelo con la riflessione su
che cosa sia diventata oggi l’America.
Per la migliore interpretazione
femminile, escluse Seydoux ed Exarchopoulos - premiate cumulativamente con la Palma d’Oro -, due erano le favorite: Emmanuelle Seigner per La Vénus à la Fourrure (Roman Polanski)
e Bérénice Bejo per Le Passé (Asghar Farhadi) (di cui abbiamo parlato qui). Alla fine l’ha spuntata la bellissima Bejo, visibilmente sbalordita e
commossa.
MIGLIORE REGIA
Contestato
il premio alla migliore regia ad Amat
Escalante per Heli, vicenda violentissima di un operaio, Heli, della sua
famiglia (in particolare della sorella Estela), di una partita di coca nascosta
sul tetto della casa dal fidanzato di Estela e di un’irruzione di militari.
Tutto in un continuo slittamento di generi - che per i critici denoterebbe un
film fin troppo studiato a tavolino e compiaciuto - caratterizzato da
un’escalation ai confini dell’horror come l’ormai risaputa scena dell’uomo a
cui vengono incendiati i genitali.
MIGLIORE SCENEGGIATURA
Il
premio alla migliore sceneggiatura è andato al regista e sceneggiatore cinese Jia Zhang-ke per A Touch of Sin. Destinatario
di ottime critiche, il film inanella quattro episodi che narrano le storie cupe
e sanguinarie di altrettanti personaggi offrendo un ritratto sconsolante di una
Cina contemporanea corrotta e violenta.
Piuttosto
imbarazzante la presentazione da parte di un’Asia Argento a dir poco sopra le
righe. Si spera nell’uso di sostanze psicotrope.
Concludiamo
con la Camera d’Or - per la migliore opera prima - a Ilo
Ilo di Anthony Chen.
A
bocca asciutta La Vénus à la Fourrure
di Roman Polanski
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| Emanuelle Seigner e Mathieu Amalric - La Vénus à la Fourrure - Pinterest |
e La Grande Bellezza
di Paolo Sorrentino (leggi qui).
L’Italia si consola però col plebiscito che alla Settimana della Critica ha investito Salvo
di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, vincitore sia del Grand Prix 2013 sia del Prix Révélation, e al momento
scandalosamente privo di distribuzione nazionale.
Da non dimenticare poi la
menzione speciale per il cortometraggio 37° 4S di Adriano Valerio e nella sezione Un Certain Regard per Miele
di Valeria Golino (ne abbiamo parlato qui).
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