6 anni. Sono bastati appena 6 anni
per trasformare un’idea nella testa di Raffaele Costantino e Marcello
Giannangeli in un festival di rilievo a livello nazionale e internazionale.
Meet in Town è ormai diventato l’appuntamento per antonomasia per gli amanti
delle sonorità contemporanee. Elettronica, rock, soul, funk, jazz si mescolano
e trovano un punto di convergenza negli artisti che calcano gli spazi
dell’Auditorium Parco della Musica per due giorni.
Le parole d’ordine sono ricerca e
sperimentazione. Il criterio di scelta degli ospiti del MIT non risponde mai a
una logica dell’ovvio. La banalità e l’ossequio alle regole del mercato sono
bandite. Da qui sono passati negli anni Plaid,
Metro Area, Nicolas Jaar, Primal Scream,
Port Royal, Junior Boys, Modeselektor,
Cocorosie, Gold Panda, Apparat.

Nell’edizione di quest’anno – l’8 e il 9 giugno – potremo assistere nelle
diverse sale dell’Auditorium alle esibizioni dell’alchimista della Warp Squarepusher, dell’enfant prodige James Blake, del decano dell’hip hop e
dell’electro funk Afrika Bambaataa,
dello chansonnier francese Sébastien
Tellier, dell’alfiere della space disco Lindstrøm.
E ancora Mouse on Mars, Atlas Sound, Com Truise, Frank Sent Us
e tanti altri. Tutti
insieme per definire un’esperienza unica, un evento capace di riplasmare uno
spazio affascinante come l’Auditorium. Installazioni, visual, performance
teatrali completano una manifestazione che fa della polisensorialità e della
condivisione il suo punto di forza. Del resto “Let’s stay together” – dalla famosa canzone
di Al Green – è il motto del Meet in Town 2012 (sabato non
perdete la diretta streaming del festival sul nostro blog. Maggiori dettagli
nei prossimi giorni).
1) Il progetto Meet in Town è nato 6 anni fa diventando col
tempo un appuntamento imperdibile della capitale. Com'è sorta l'idea di fare
un festival di questo tipo a Roma?
Il
progetto è nato come una rassegna che si teneva ogni 15 giorni nella Sala
Studio. Due venerdì al mese in cui si allestiva un club dentro l'Auditorium.
Dopo tre anni ci siamo resi conto che la richiesta cresceva, perché a Roma un
pubblico sempre più vasto aveva voglia di un festival in cui contemporaneamente
divertirsi e conoscere nuova musica. Un festival fatto di concerti, dj set, live set,
installazioni e tanto altro, vissuto in spazi accoglienti, comodi e
tecnicamente all'altezza, senza sfiorare mai l'idea di un raduno techno o di un
rave legalizzato. Nulla contro i rave, per carità, ma volevamo offrire un’alternativa.
2) Dissonanze è stato per anni l'evento
di punta per gli amanti delle sonorità elettroniche. MIT può essere considerato
l'erede diretto e il continuatore di quanto avviato da Dissonanze?
No, assolutamente.
Dissonanze era il festival delle arti digitali, MIT è molto meno specifico ed è
rivolto a un pubblico diverso, anche se le macro aree sono simili. Dissonanze
faceva della techno il proprio punto di forza in termini numerici, MIT punta a
raccontare i nuovi suoni in maniera più generica, utilizzando l'elettronica
come mezzo per far evolvere generi già esistenti: rock, soul, hip hop, jazz,
etc… Dissonanze e MIT hanno collaborato da sempre, sia come strutture sia con
la collaborazione diretta tra me e Giorgio Mortari. E da sempre ci siamo
detti che le due cose dovevano suonare in maniera diversa.
3) Melt, Dour, Pukkelpop, Sonar,
Primavera, Exit, Bestival, ecc ... Sono innumerevoli i nomi di festival europei
capaci di accogliere migliaia di persone ogni anno e di presentare line-up
ricche e di altissimo livello. Quando vedremo in Italia una rassegna di questo
spessore?
Personalmente non sono un
grande fan di questi eventi enormi. Credo che questa varietà di offerta
all'interno di un festival (vedi il Primavera) sia troppo vicina all'idea di
Ipermercato della musica. Con un viaggio becco di tutto e spendo poco,
come al supermercato. E' un approccio che non ha nulla a che fare con l'amore
per la musica, è piuttosto figlio di una malattia compulsiva che spinge a
scaricare 100 dischi a settimana e non ascoltarne bene neanche uno.
Personalmente, preferisco l'alimentari sotto casa. Perché ha ogni volta una
storia da raccontarmi, perché non devo spingere per avere il mio spazio vitale,
perché fa delle scelte e cerca di rimanere coerente con esse. (Per esempio, mi
spieghi che cazzo ci fa Lana Del Ray al Sonar?! :-)
Detto questo, a
prescindere dai miei gusti, un evento del genere potrebbe far bene al nostro
Paese, sia in termini culturali sia come indotto economico. Speriamo che
qualcuno un giorno si prenda la responsabilità di rischiare così grosso in un
Paese nel quale l'intraprendenza non viene mai premiata e nel quale il pubblico
si lamenta perché un biglietto da 30 euro è troppo caro per vedere 30 artisti
da tutto il mondo in spazi bellissimi e con qualità audio-video impeccabile.
4)
Sébastien Tellier, Afrika Baambata, Squarepusher, James Blake, Mouse on Mars. Sono alcuni dei nomi di punta del MIT 2012. Qual è il filo
che li unisce? E quali sono i criteri nella scelta degli artisti?
Come dicevo prima, MIT ha
come concept un’idea di fondo che ho sempre portato avanti. L'elettronica
intesa non come un genere musicale (esiste anche quella), ma come mezzo per far
evolvere generi già esistenti. Grazie a questo processo di evoluzione, negli
ultimi 30 anni la musica in tutte le sue forme ha evitato di estinguersi, trasformandosi
in altro. Questo grazie alla ricerca portata avanti nell'underground da grandi
sperimentatori e alla “radarizzazione” attenta che molti produttori hanno
sviluppato per intercettare i risultati di tali esperimenti.
L'hip hop ai tempi di Afrika Bambaataa era ancora in fase
embrionale, aveva già espresso molto in termini stilistici (la old school si
rivelerà una parentesi di stile irripetibile), ma era ancora acerba nelle
tecniche di produzione. Tecniche che si sono così affinate fino ad arrivare al
concetto di hip hop strumentale, dove quello che conta è la base. Prima le
basi erano dei semplici loop, adesso - se pensi al lavoro di gente come Prefuse o Flying Lotus - ti rendi conto che grazie all'elettronica questo
genere si è evoluto tantissimo: merito tanto dell’esperienza dell’electro che
ha portato avanti Bambaataa, quanto della ricerca sonora di un’etichetta come la
Warp attraverso, ad esempio, Squarepusher.
Stesso discorso per la musica di James
Blake: un giovane inglese che cresce a suon di dubstep e uk garage, e non
(più) di The Doors e Led Zeppelin come la mia generazione
(non io :-). E che crescendo e maturando, riesce a snellire le sovrastrutture
ritmiche pensate per la pista da ballo, perfeziona la maniera di cantare il soul
bianco, inventandosi un modo contemporaneo di fare il Cantautore. Un processo
simile estendibile all'hip hop evoluto di Ghostpoet,
alla ricerca di contaminazione portata avanti da sempre dai Mouse On Mars o al miscuglio di musica
contemporanea, jazz e techno frullate insieme dai Brandt Brauer Frick. E così via, per tutti gli ospiti del festival.

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