Review: Chromatics - Kill for Love



Kill for Love è il quarto album dei Chromatics, il secondo firmato dall’etichetta Italians Do It Better – costola della Troubleman Unlimited Records fondata da Mike Simonetti e da Johnny Jewel –. Johnny è la mente di Chromatics, Glass Candy e Desire; ha lavorato alla soundtrack di Drive; alla fine del 2011 ha composto con Nat Walker per il progetto Symmetry l’ambiziosa colonna sonora Themes for an Imaginary Film.


Non sorprende allora che sia proprio Johnny Jewel il principale artefice di quel piccolo capolavoro che è Kill for Love, 17 brani di synth-pop cinematico con echi rock e minimali. Le influenze sono evidenti: sonorità eighties, New Order, krautrock e shoegaze, compositori – come detto da Jewel in un’intervista – come Carpenter, Cage e Stockhausen. Pitchfork ha indicato questo LP come uno dei migliori del 2012.


Se Jewel è la materia grigia dei Chromatics, Ruth Radelet ne è il valore aggiunto. La cantante di Portland ha una voce vibrante e versatile, capace di evocare tanto atmosfere malinconiche quanto sensuali. Le straordinarie potenzialità del gruppo statunitense erano già lampanti nel precedente lavoro Night Drive, in pezzi come Running Up That Hill e Tick of the Clock (contenuto nella soundtrack di Drive). Kill for Love è l’espressione compiuta di quelle potenzialità. È musica per immagini, colonna sonora di un film ancora da girare.


L’incipit dell’album è fortemente suggestivo: Into the Black è una cover soffusa e delicata di Hey Hey, My My di Neil Young. Il riff iniziale è inconfondibile, l’accento cade sulla melodia e sulla voce di Ruth, a dominare è una dimensione di malinconia sognante.
La titletrack è il compendio degli elementi che hanno reso famosi i Chromatics: linee melodiche, synth e chitarra. È un esempio fulgido di dream-pop-rock, un misto di New Order e Pulp che ricorda vagamente Dreams dei The Cranberries.


Back from the Grave, The Page e Lady si mantengono sullo stesso solco, con l’ultima in particolare che risalta per l’ambientazione suadente da noir anni ’70/80.
Con These Streets Will Never Look the Same l’LP fa il definitivo salto di qualità. È un diamante puro, in grado di conservare intatte le peculiarità della band di Portland e allo stesso tempo di amplificarle e trasfigurarle. La trama synth-pop diventa più incisiva, l’influsso eighties lascia spazio a beat electro maggiormente d’impatto. Sono otto minuti d’intensità, registrati in autotune.


La seconda parte di Kill for Love mette in evidenza il lato più strumentale, cinematico e intimista di Jewel e compagni. Broken Mirrors sembra una rivisitazione in chiave odierna del krautrock alla Tangerine Dream; Birds of Paradise è una ballata elettronica dalle atmosfere rarefatte; in A Matter of Time risuona ossessivamente come un mantra la parola “Baby” e il canto di Ruth ipnotizza come non mai; There’s a Light Out on the Horizon e The River sono i più cinematici. Il primo spicca per il massiccio uso di effetti, il secondo sembra riallacciarsi direttamente a Themes for an Imaginary Film e al progetto Symmetry.
Kill for Love è – parafrasandone il titolo – un atto d’amore in note, musica per lo spirito. Kill for Love si candida a essere l’album dell’anno.

Tracklist     Kill for Love
1.       Into the Black
2.       Kill for Love
3.       Back from the Grave
4.       The Page
5.       Lady
6.       These Streets Will Never Look the Same
7.       Broken Mirrors
8.       Candy
9.       The Eleventh Hour
10.    Running From the Sun
11.    Dust to Dust
12.    Birds of Paradise
13.    A Matter of Time
14.    At the Door
15.    There’s a Light Out on the Horizon
16.    The River
17.    No Escape

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