Beat Connection: il nuovo che avanza



Beat Connection è il nome del progetto dietro cui si celano le identità di Jordan Koplowitz e Reed Juenger, due giovanotti poco più che ventenni provenienti da Seattle e iscritti all’università di Washington.


I due si erano già fatti notare l’estate scorsa – in particolare nell’ambiente di Seattle – grazie ad alcuni passaggi in radio e alla scelta di condividere sulla rete il loro EP Surf Noir, composto da otto tracce.
È bastato poco affinché la notorietà di Beat Connection si estendesse oltre i confini di Seattle e valicasse l’oceano giungendo fino a Londra e precisamente fino agli studi dell’etichetta Moshi Moshi, che licenzia singoli e album di producer/gruppi del calibro di Au Revoir Simone, Hot Chip, Lykke Li, Late of the Pier, Florence and the Machine, The Drums.
Così il 10 aprile 2011 Surf Noir è stato pubblicato presso Tender Age, che altro non è che una ramificazione specifica della Moshi Moshi.


Non so se questi due ragazzi hanno le carte in regola per diventare la next big thing della scena elettronica (nel senso più vasto del termine, comprendente anche le fusioni con altri generi quali rock, pop, ecc), visto che spesso per affermarsi a grandi livelli – anche in questo settore – non occorre solo il talento; tuttavia si può affermare senza dubbio che Surf Noir rappresenta un tentativo originale, fresco, spontaneo come possono esserlo solitamente solo le opere prime.
Questa creazione ha il merito di sviluppare un tipo di sonorità molto particolare, incatalogabile per la sua capacità di spaziare tra vari generi. Jordan e Reed lo definiscono “tropical psychedelic pop”: in effetti ci sono le maracas e le percussioni dei ritmi caraibici, le sperimentazioni della musica psichedelica, la leggerezza pop che, unita a voci distorte e sbiadite e all’ausilio dei synth, si tramuta in electropop.


L’unione di queste istanze rende poi del tutto peculiare lo stile di Beat Connection: Silver Screen con il suo ritornello pop e i suoi beat incalzanti – non lontano in questo da alcuni brani dei Cut Copy – è un pezzo primaverile, da ascoltare nella pace dei sensi e a contatto con la natura; In the Water, il lato più dance del duo di Seattle, è sfacciato, ipnotico e tropicale; Sunburn, che si conclude con il suono in sottofondo delle onde del mare, incarna invece il suo aspetto psichedelico e per certi versi nostalgico; Theme from Yours Truly è indefinibile e schizofrenico nella convivenza di una prima parte apollinea e di una seconda dionisiaca, liberatoria e sensuale; Fresh Touch ricorda vagamente gli Air; Motorway e soprattutto Wildheart rappresentano la tendenza più sperimentale di Beat Connection; a chiusura dell’album/EP c’è Same Damn Time, che ammicca prepotentemente a Kraftwerk e Tangerine Dream.


Si potrebbe sintetizzare il tutto dicendo che Beat Connection è il risultato dell’incontro di Cut Copy, m83, Animal Collective e Crystal Castles con riferimenti – abbastanza evidenti in alcune scelte stilistiche – anche all’estetica chillwave dei vari Washed Out, Neon Indian, Memory Tapes. Si può farlo, ma con la consapevolezza che si tratta di una semplificazione utile ad approcciarsi a un universo musicale di non facile lettura.


In fondo è questo il merito fondamentale di Jordan e Reed: l’essere riusciti a generare un “numero primo”, irriducibile ad altri fattori, lontano da mode e strutture di riferimento già costituite.
Si tratta, come è stato scritto sul Sunday Times, di “a must-have soundtrack to the summer”.
                

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