Mapplethorpe e il nudo



L’international forum for visual dialogues C/O di Berlin si sta imponendo come uno dei più importanti luoghi dell’arte e – in particolare – della fotografia contemporanea.
Dopo aver allestito nei mesi scorsi un’interessantissima mostra sugli scatti di Peter Lindbergh, sta ospitando ora – fino alla fine di marzo – una retrospettiva dedicata alla controversa opera di uno dei più influenti fotografi del ventesimo secolo – Robert Mapplethorpe –, morto precocemente di AIDS nel 1989.


L’esposizione, che si compone di 187 istantanee, mette in luce la peculiarità del percorso artistico di Mapplethorpe, contraddistinto da una tendenza innovativa e provocatoria, che si costituisce non in antitesi ai canoni e al culto della forma, ma aderendo trasgressivamente ad essi.
Per questo motivo il linguaggio di rottura dell’artista americano non può essere ricondotto tout court all’estetica dell’osceno.


Il nudo – motivo prediletto delle immagini – non si riduce a essere pretesto per uno scandalo a buon mercato; è comprensibile solo all’interno di un approccio che ritrae il corpo e la sessualità nella loro essenza, come oggetti reali, tangibili, ineludibili, non caricati delle sovrastrutture morali che ne ampliano storicamente il significato.
Mapplethorpe, da questo punto di vista, non è così distante – come si crede – dalla rappresentazione idealizzata del nudo, tipica dell’arte classica. La materialità del corpo si trasfigura, la forma data dal mezzo artistico opera una sublimazione, creando un oggetto reale e ideale allo stesso tempo.
Se s’intende in questo modo – come credo sia giusto – la “poetica” del fotografo americano, evidentemente diventa vacua ogni querelle su quali siano i confini tra arte e pornografia, querelle in cui si è concentrato per troppo tempo il discorso riguardante l’opera di Mapplethorpe.


Quest’ultimo del resto, in un’intervista rilasciata nel 1988 ad ARTnews, chiarisce le intenzioni che stanno dietro al suo lavoro, affermando che non gli piace “that particular word shocking. I’m looking for the unexpected. I’m looking for things I’ve never seen before”. Non è lo scandalo in quanto tale che viene preso di mira; bensì l’insidia dello scandalo come frutto della ricerca dell’inaspettato e del non ancora visto.


La forza eversiva delle fotografie di Mapplethorpe è data quindi non da un atto di trasgressione rispetto ai canoni dell’arte, ma dalla trasgressione assoluta, quella che mette ogni singolo individuo nella condizione di fare i conti con se stesso, di aprirsi all’ignoto che mette in crisi certezze e pregiudizi costituiti.       

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